La dizione “modelli di
sviluppo” richiama necessariamente una qualche sistemazione teorica dei processi
di sviluppo: un “modello”, appunto, che ordini e metta assieme in uno schema
logico, coerente e leggibile, un insieme vastissimo di eventi altrimenti
incomprensibili nel loro concatenarsi e reciproco influenzarsi. Un modello di
sviluppo, però, non è soltanto una griglia di lettura utile a capire ciò che è
già accaduto, una razionalizzazione a posteriori operata da storici, sociologi,
antropologi, filosofi ed economisti. Un modello di sviluppo è anche, forse
soprattutto, un impasto di convinzioni, ideologie, norme e valori condivisi; un
impasto assolutamente cruciale nel determinare le priorità dell’agenda politica.
Non solo, perciò, un modo di interpretare quello che è accaduto, ma anche di
pianificare ciò che si vuole che accada. Per esempio, come vedremo meglio in
seguito, nel corso degli anni ’60 e ’70 “si credeva” (l’impasto, appunto….) che
i governi dovessero intervenire attivamente nella gestione dell’economia, che i
paesi poveri non sarebbero riusciti a liberarsi dalle catene della povertà
affidandosi ai soli meccanismi del mercato e della libera iniziativa privata.
Negli anni ’80 e, in misura inferiore, negli anni ’90, invece, il pendolo delle
credenze si è orientato in altra direzione: l’intervento dello Stato in economia
viene visto come un peso, un giogo che, attraverso l’imposizione fiscale e
l’eccesso di regolamentazione, impedisce all’iniziativa individuale di esprimere
quelle energie che sole potrebbero affrancare molti paesi dalla maledizione
della povertà.
Per quanto qualsiasi rigida
periodizzazione sia sempre almeno in parte arbitraria, non è scorretto sostenere
che la storia dei modelli di sviluppo che si sono succeduti nel ‘900 inizia in
realtà dopo la seconda guerra mondiale. Solo allora, infatti, molti dei paesi
che oggi chiamiamo Paesi in Via di sviluppo (PVS) ottennero l’indipendenza dalle
potenze coloniali; solo allora, perciò, si pose per quei paesi (cioè per la gran
parte dell’umanità, basti pensare all’India) la necessità di pianificare il
proprio futuro e quindi di riferirsi a qualche modello di sviluppo; solo allora,
ancora, le grandi potenze mondiali cominciarono a guardare con occhio diverso al
mondo povero: non più colonie da depredare, ma potenziali alleati da attrarre
nella propria sfera di influenza politica e, quindi, da “aiutare” attraverso il
sostegno del processo di sviluppo[1].
E’ proprio alla fine della seconda guerra mondiale, a Bretton Woods nel 1944,
che fu costituita la Banca Mondiale, organizzazione sovranazionale finanziata
con i fondi devoluti dai paesi ricchi ed il cui scopo era ed è di incoraggiare
il flusso degli investimenti verso i paesi poveri.
Nel seguito della relazione
cercherò perciò di delineare i tratti principali della storia dei modelli di
sviluppo che si sono succeduti dalla fine della seconda guerra mondiale e di
enfatizzare il modo in cui quella storia abbia condotto a ciò che oggi chiamiamo
“globalizzazione”. Della globalizzazione cercherò poi di mettere in luce i
caratteri più importanti e le sfide che ci pone di fronte.
1. Il
modello di sviluppo “autarchico”
All’indomani della seconda
guerra mondiale divenne chiaro che il modello di sviluppo scelto da molti PVS, e
specialmente da quelli di grandi dimensioni, era un modello autarchico, basato
sulla guida statale e non sulla (prevalenza della) libertà di mercato. Gli
ingredienti fondamentali di questo approccio erano sostanzialmente
due:
Ø
La cosiddetta “sostituzione
delle importazioni”
Ø
La proprietà pubblica di una
larga parte dell’apparato produttivo
La sostituzione delle
importazioni. La sostituzione delle
importazioni è una strategia di sviluppo industriale che si basa su un’idea
molto semplice ed apparentemente convincente. Un paese non può svilupparsi, cioè
innanzitutto garantire una crescita rapida e sostenuta del reddito pro capite,
limitandosi alla produzione e vendita di prodotti primari, estratti dalla terra
o coltivati sulla terra. Non esiste nessun esempio al mondo di paese ricco che
sia prevalentemente agricolo. Un paese le cui forze produttive, di lavoro e
capitale, sono per la maggior parte impiegate nel settore primario è un paese
che per definizione sta producendo la propria sussistenza, non molto di più (al
meglio!) del proprio pane quotidiano. Un paese che si vuole sviluppare deve
perciò riuscire a far crescere delle proprie industrie manifatturiere. Non lo
può fare, però, se non al riparo dalla concorrenza internazionale, in special
modo dalla concorrenza dei paesi già sviluppati i quali, disponendo di
tecnologie più avanzate e lavoratori più produttivi, sono in grado di fornire
prodotti più competitivi. La Tailandia, tanto per fare un esempio, non
riuscirebbe mai secondo questo punto di vista a sviluppare una propria industria
di orologi se permettesse ai propri cittadini di acquistare orologi svizzeri. Di
qui la necessità di impedire o limitare le importazioni di prodotti industriali.
Si trattava appunto di sostituire le importazioni con produzione locale.
Produzione locale che, secondo questo punto di vista, non si potrebbe affermare
senza la limitazione “di legge” delle importazioni. Gli strumenti attraverso i
quali i paesi che hanno adottato una strategia di sostituzione delle
importazioni[2]
hanno cercato concretamente di limitare le importazioni sono tanti e variabili
nel tempo e nello spazio. Tipicamente: dazi doganali, cioè l’imposizione di
tasse che fanno aumentare il prezzo dei beni importati; meccanismi di
razionamento della valuta (le banche venivano cioè autorizzate a cedere valuta
estera solo a determinate categorie di operatori: importatori di beni di prima
necessità e di beni capitale avevano la precedenza sugli importatori di beni di
consumo, sempre ammesso che questi ultimi avessero accesso ad una qualche
quantità di valuta); quote di importazione, cioè concessione da parte
governativa di licenze di importazione a determinati soggetti e per determinate
quantità di determinati beni; credito agevolato; ecc. Un esempio concreto di
sostituzione delle importazioni è raccontato da C. Freeman[3]
(p.54),
“Nel 1969 il governo della Corea del Sud convocò la ‘SamSung’, una ditta di commercio all’ingrosso e al dettaglio…; pur non essendo una grandissima impresa, disponeva di molto denaro, essendo i profitti del commercio piuttosto buoni. Le autorità coreane, avendo esaminato i dati relativi ai prodotti industriali a crescita più elevata, come ad esempio le auto e l’elettronica, dissero alla SamSung: ’Vogliamo organizzare un settore industriale nel campo dell’elettronica. Ci state? Intendiamo favorire la nascita di industrie coreane in questi settori, perché lì risiede il futuro, le industrie sono in rapida crescita. Se voi riorganizzerete la vostra attività e vi metterete a produrre elettronica, noi vi favoriremo in molti modi, con prestiti a tasso di interesse bassissimo, fino a zero, e vi garantiremo che il mercato coreano interno sarà protetto, non ci sarà concorrenza! Inoltre, vi aiuteremo ad ottenere tecnologia avanzata dal Giappone, dagli Stati Uniti e dall’Europa. Tra una decina d’anni avrete ed avremo sfondato’….il governo coreano fece loro notevoli pressioni ed alla fine accettarono; oggi sono una delle prime ditte mondiali di apparecchi elettronici”.
Per quanto suggestiva, ed in
buona parte ragionevole, l’idea sottesa al racconto di Freeman si presta a molte
critiche. E, in effetti, sono state queste critiche a determinare, a partire
dalla seconda metà degli anni ’70, un progressivo allontanamento, nelle idee e
nei fatti, dal paradigma della sostituzione delle importazioni. Vediamo alcune
di queste critiche.
La prima critica è di
carattere dinamico. La protezione che i governi offrono alle imprese locali
dovrebbe permettere, come mostra l’esempio relativo alla Corea del Sud, alle
stesse imprese locali di sviluppare delle proprie capacità tecnologiche,
commerciali ed organizzative. Al riparo dalla concorrenza di chi si è sviluppato
prima, si ha il tempo di sviluppare tali capacità. La Tailandia può imparare a
produrre orologi solo facendoli (learning
by doing), ma nessun tailandese si metterà a fare orologi se poi, a causa
della presenza sul mercato degli orologi svizzeri, non riesce a venderli. Questo
modello, però, può funzionare soltanto se la protezione che i governi offrono
alle imprese locali è temporanea e
viene percepita come tale. Se la SamSung avesse pensato che la protezione e le
condizioni di favore offerte dal governo coreano fossero durate all’infinito,
essa non avrebbe probabilmente avuto alcuno stimolo ad acquisire capacità
tecnologiche, organizzative e commerciali. Non avrebbe perciò giovato in alcun
modo allo sviluppo del paese. Semplicemente, si sarebbe creato un gruppo di
potere economico protetto dal ceto politico e che al ceto politico, in cambio di
questa protezione, avrebbe offerto sostegni di varia natura. La storia
dell’India dall’indipendenza fino al 1991 è un buon esempio di come la strategia
di sostituzione delle importazioni, quando la protezione offerta ai produttori
locali è troppo duratura nel tempo, non sia garanzia di sviluppo sufficiente
della ricchezza materiale. In quel periodo (1947-1991), infatti, il PIL reale
indiano pro capite è cresciuto molto lentamente (in media, 2% all’anno), molto
più lentamente di quanto sarebbe stato necessario per garantire un tenore di
vita dignitoso alla maggior parte della (immensa) popolazione; la corruzione e
la connivenza si sono ampiamente diffusi, al punto che il crollo del partito
storico (il Congresso), lo stravolgimento elettorale del 1996 e l’uscita di
scena di alcuni importanti uomini politici sono stati legati a numerosi scandali
a sfondo finanziario; infine, l’eccessiva ed eccessivamente perdurante
protezione offerta ai produttori locali, ha provocato una stagnazione della
produttività del lavoro ed una progressiva erosione della quota indiana sul
totale del commercio mondiale, cioè una perdita di
competitività.
Un’altra critica che viene
tradizionalmente mossa alla strategia di sostituzione delle importazioni è di
carattere statico (i suoi effetti, cioè, non si manifestano nel tempo, ma “qui
ed ora”). Essa, dicono molti economisti, provoca una riduzione del benessere
complessivo della società. Il ragionamento è il seguente. Il governo del paese
che applica la strategia in questione sta meglio, perché, almeno nel caso dei
dazi doganali, gode di entrate fiscali prima inesistenti; i produttori del paese
in questione, pure loro, stanno meglio,
perché realizzano profitti e percepiscono salari che non avrebbero
realizzato e percepito nel caso in cui fossero stati esposti alla concorrenza
dei paesi più avanzati; i consumatori, però, stanno decisamente peggio: perché
possono scegliere i prodotti da acquistare fra una gamma più ristretta e perché
pagano prezzi più elevati di quelli che produttori più efficienti potrebbero
applicare. Fatti i conti, dice la teoria economica tradizionale, lo star peggio
dei consumatori più che compensa lo star meglio dei produttori e del governo:
per la società nel suo complesso, dunque, si ha una riduzione del benessere
complessivo. In realtà questa è una critica a mio avviso molto più debole della
precedente[4],
ma ha avuto comunque una certa importanza nel determinare il cambiamento nel
clima intellettuale nei confronti delle strategie di import
substitution.
Infine, una terza critica
alla strategia di import substitution
è di carattere meno teorico e più legato ai risultati pratici ottenuti dai paesi
che l’hanno perseguita. Dell’India si è già detto. Altri casi da citare sono
quelli dell’Argentina, dove le politiche autarchiche hanno provocato un
peggioramento del tenore di vita[5],
e di gran parte dell’Africa nera dove pure la strategia di chiusura trovava,
all’indomani della riconquistata indipendenza, fortissime ragioni
storico-politiche per affermarsi: “scambi” e “capitale straniero” in quel
contesto non potevano significare altro che sfruttamento e dolore. Anche questa
critica, però, non è del tutto convincente. Accanto ai casi appena citati di
fallimento della strategia di sostituzione delle importazioni vi sono casi di
successo. Il Brasile, per esempio, che l’ha applicata per tutto il secolo con
l’eccezione del decennio 1965-75, ha sviluppato la propria ricchezza materiale,
per tutto il secolo, ad un ritmo inferiore al solo Giappone[6];
le cosiddette “tigri asiatiche” (Corea del Sud, Malesia, Taiwan, Singapore,
Cina, Indonesia) si sono e si stanno sviluppando a ritmi prodigiosi, del tutto
sconosciuti a qualsiasi altro paese dopo la seconda guerra mondiale, facendo uso
anche – laddove le dimensioni del
paese lo consentono - dello
strumento della sostituzione delle importazioni. Probabilmente un giudizio più
sereno e meno ideologico deve portarci a riconoscere gli strumenti tipici di una
strategia di sostituzione delle importazioni (dazi, credito agevolato, ecc.)
possono funzionare se previsti soltanto per un certo periodo e accompagnati da
altre politiche ed altri incentivi (nel caso sud coreano, per esempio, i
profitti realizzati grazie alla protezione non potevano essere esportati, ma
reinvestiti per ottenere, questa volta, prodotti idonei ad essere esportati
secondo certi target quantitativi).
Non esiste una ricetta miracolosa, ma un policy mix la cui adeguatezza va
giudicata in relazione a ciascun paese e in relazione alla particolare fase
storica.
La proprietà
pubblica.
Se, come abbiamo detto, svilupparsi significa di norma industrializzarsi, chi si
deve incaricare di impiantare nuove industrie in economie prevalentemente
agricole? I paesi nei quali la produzione primaria è dominante sono anche paesi
nei quali le infrastrutture sono spesso calibrate sulle necessità di
esportazione di pochi prodotti primari: le autostrade e le ferrovie sono
posizionate rispetto a queste esigenze, le attrezzature portuali possono
stoccare questi prodotti e non altri. Ancora: la forza lavoro addestrata è
spesso un bene molto scarso, il personale scientifico (ingegneri, chimici,
informatici, fisici, ecc.) necessario a qualsiasi tipo di sviluppo industriale o
non c’è o tende ad andarsene[7]. Quale imprenditore privato si
sobbarcherà il costo di adeguare le infrastrutture e addestrare la forza lavoro?
Chi fornirà incentivi ai “cervelli” per evitare che scappino? Ammesso e non
concesso che in un paese povero vi siano le risorse finanziarie ed
imprenditoriali perché tali compiti possano essere lasciati all’iniziativa
privata, come si potranno coordinare tanti molteplici sforzi? Immaginate una
regione[8]
prevalentemente agricola, nella quale vi è perciò il potenziale per investimenti
industriali di diverso tipo. Supponete inoltre che tutta la produzione
industriale futura della regione possa essere venduta soltanto entro i confini
nazionali[9].
Supponete ancora che in questa regione venga impiantata una enorme fabbrica di
scarpe che produce scarpe per un valore complessivo di 1 miliardo di lire. Ciò
significa che tale impresa distribuisce salari (ai lavoratori), profitti (agli
azionisti-capitalisti) e rendite (ai proprietari del capannone entro cui si
svolge l’attività produttiva, del terreno su cui sorge il capannone, ecc.) per
un valore complessivo pari a 1 miliardo di lire. Riuscirà questa impresa a
sopravvivere, cioè a vendere tutte le scarpe che produce? Poiché per ipotesi
essa non potrà vendere nulla all’estero, la nostra impresa sopravviverà soltanto
se tutto il miliardo di redditi che essa distribuisce viene speso nell’acquisto
di scarpe, ciò che è palesemente assurdo! I percettori di quei redditi vorranno
comprarsi scarpe, magliette, automobili e quant’altro possa soddisfare i loro
molteplici desideri di consumo. Ma ciò significa che i potenziali produttori di scarpe
decideranno di effettuare per davvero il loro investimento solo se sono
convinti, se si aspettano, che
qualcun altro si metta a produrre magliette e automobili. Lo stesso dicasi per i
potenziali produttori di magliette e di automobili. C’è quindi, nei processi di
sviluppo, un problema cruciale legato alle aspettative. Ed è del tutto evidente che
in una regione la cui storia è una storia di stagnazione e povertà, è ben
difficile che le aspettative siano ottimistiche, che il potenziale produttore di
scarpe si convinca che il potenziale produttore di magliette produrrà
effettivamente le magliette[10].
Queste sono le ragioni di
fondo per le quali in molti PVS, all’indomani della seconda guerra mondiale, la
proprietà pubblica dell’apparato produttivo si è molto diffusa, al di là del
ruolo dello Stato come fornitore di infrastrutture, beni pubblici in generale e
beni prodotti in regime di monopolio naturale: perché, per tornare al nostro
esempio, l’unico soggetto singolo che può simultaneamente produrre scarpe,
magliette e automobili, tagliando alla radice il problema del coordinamento e
delle aspettative, è il soggetto pubblico[11].
Detto per inciso: queste sono anche, al di là delle polemiche contingenti e dei
casi di malversazione, le ragioni profonde per le quali pure l’Italia nel
secondo dopoguerra costituì un esteso sistema di proprietà pubblica delle
attività produttive, il sistema cosiddetto delle partecipazioni statali guidato
dall’IRI.
2. Verso
la globalizzazione: il (ritorno del) modello del libero
mercato
Tra la fine degli anni’70 e
l’inizio degli anni ’80 molti paesi che avevano perseguito una strategia di
sostituzione delle importazioni sperimentarono serie difficoltà esterne, al
punto che alcuni di essi vissero una vera e propria crisi di insolvenza. La
“bomba” del debito del Terzo Mondo scoppiò ufficialmente nel 1982, quando il
Messico dichiarò unilateralmente di non poter ripagare i debiti contratti con il
resto del mondo. Non mi soffermerò a lungo sui meccanismi interni alla crisi del
debito; è importante però realizzare che le politiche autarchiche ed
interventiste descritte nella prima parte di questo lavoro non furono
responsabili della crisi del debito (per alcuni versi, come vedremo, la
esacerbarono) e che ciò nonostante fu proprio la crisi del debito a determinare
l’abbandono del modello autarchico e l’affermarsi del nuovo modello di libero
mercato ed apertura al resto del mondo.
Crisi del debito,
stabilizzazione e aggiustamento strutturale. Tra i molteplici effetti
che lo shock petrolifero del 1973-74 (i prezzi del greggio si moltiplicarono per
4 nel giro di poche settimane!) produsse il più importante per il nostro
discorso fu la creazione di una massa enorme di ricavi finanziari (i cosiddetti
“petroldollari”) che i beneficiari, cioè i paesi produttori di petrolio,
decisero per la gran parte di depositare presso le banche statunitensi. Che cosa
fecero le banche statunitensi di questa improvvisa iniezione di liquidità? Il
mestiere delle banche è prestare e in quegli anni i PVS erano buonissimi
clienti, tant’è che i tassi di interesse con essi contrattati erano mediamente
superiori del 2% ai tassi di interesse prevalenti sul mercato. Nei PVS, quasi
per definizione, si potevano finanziare progetti potenzialmente molto redditizi
e, per di più, dietro a quei prestiti c’era quasi sempre una garanzia
governativa[12].
Venne tuttavia il secondo
shock petrolifero (1979) e, nel tentativo di arrestare un processo
inflazionistico sempre più grave, le banche centrali cercarono di raffreddare le
economie attraverso un rialzo dei tassi di interesse. Ciò provocò due effetti
nefasti sui PVS debitori: a) un effetto diretto, giacché aumentavano gli
interessi sul debito contratto dai PVS; b) un effetto indiretto, giacché il
rallentamento delle economie occidentali fece ridurre la domanda di materie
prime e quindi i prezzi delle stesse. Piccolo particolare: le materie prime
costituivano per molti paesi debitori la principale fonte di ricavi da
esportazione……Inevitabilmente il rapporto debito/esportazioni (si tratta di un
rapporto molto importante nell’indicare la solvibilità di un paese: se un paese
si indebita ma le sue esportazioni crescono almeno allo stesso ritmo – ragion
per cui quel rapporto o resta identico o si riduce – allora non c’è ragione di
preoccuparsi circa la solvibilità del paese in questione) cresceva
pericolosamente e ciò nonostante le banche occidentali, nel biennio 1979-81,
continuavano a prestar danaro ai PVS, specialmente ai paesi dell’America Latina.
Presto o tardi, inevitabilmente, ci sarebbe stato lo scoppio della crisi. Così
fu: nel 1982 il Messico dichiarò di non onorare il debito pregresso, e
ovviamente i presti ai PVS crollarono drasticamente.
Se sei piuttosto povero e
nessuno ti presta più un soldo è abbastanza facile capire che cosa possa
succedere: il sistema bancario dispone di minori fondi da prestare alle imprese
private; le imprese private, quindi, riducono gli investimenti e/o fronteggiano
maggiori oneri par l’aumento dei tassi di interesse; lo Stato, da parte sua,
dispone di minori fondi per finanziare gli investimenti pubblici e le spese
correnti. Ma alcune spese pubbliche non sono assolutamente comprimibili, in
primo luogo quelle per il pagamento degli interessi sul debito pregresso; per
far fronte a queste spese, quasi invariabilmente, i governi ricorrono a due
strumenti: l’emissione di prestiti obbligazionari, ciò che tuttavia fa aumentare
i tassi di interesse reale, e la stampa di moneta fresca, ciò che tuttavia fa
aumentare il tasso di inflazione. La storia non è ancora finita. L’elevata
inflazione deprime il valore della valuta locale e quindi tutti coloro che
detengono attività finanziarie denominate in quella valuta cercano di cambiarla
e di portare i soldi all’estero: è questo il fenomeno cosiddetto delle “fughe di
capitale”, e se il capitale se ne va da una nazione con che cosa quella nazione
finanzierà il proprio sviluppo futuro?
E’ chiaro che simili
situazioni non potevano durare a lungo. Se i capitali privati stranieri avevano
ormai abbandonato le economie dei paesi debitori, queste potevano essere salvate
solo dall’intervento di qualche organismo internazionale. E’ in questo periodo,
infatti, che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM)
acquistano una visibilità politica loro sconosciuta dall’atto della loro
creazione a Bretton Woods. FMI e
BM, in sostanza, si incaricarono di predisporre dei prestiti di emergenza alle
economie debitrici sotto il vincolo della “condizionalità”. Prima della crisi
del debito l’ottica del FMI e della BM era grosso modo questa: io ti presto tot
dollari per finanziare un certo progetto di investimento; dopo la crisi del
debito e con l’introduzione della condizionalità l’ottica cambiò: io ti presto
tot dollari per salvarti, perché altrimenti non riesci più neppure ad importare
alcuni beni essenziali per il funzionamento dell’economia, però per cortesia non
ti incastrare più in questa situazione maledettamente complicata! Anzi, visto
che ti sto finanziando con i soldi della comunità mondiale, te lo dico io che
cosa devi fare per evitare il ripetersi di questo disastro: devi fare questo,
questo e quest’altro. O firmi questa lettera di condizionalità (detta anche
lettera di intenti) dove prometti che farai questo, questo e quest’altro o sennò
non vedi neppure un dollaro. Di più: comincia a fare questo e ti do una prima
tranche di dollari, quando avrai fatto quest’altro ti darò la seconda
tranche.
Che cosa erano “questo,
questo e quest’altro”? Erano i cosiddetti piani di stabilizzazione e
aggiustamento strutturale. Vale la pena di spendere alcune parole su di
essi perché sono stati a mio avviso cruciali (insieme ad altre cause, prima fra
tutte l’evoluzione della tecnologia) nel determinare la cosiddetta
globalizzazione dell’economia mondiale.
La stabilizzazione
dell’economia consiste essenzialmente in una politica monetaria restrittiva (non
bisogna stampare troppa moneta) e in una politica fiscale che riduca al minimo
il disavanzo pubblico (la differenza tra uscite ed entrate del bilancio
pubblico). Bisogna perseguire una politica monetaria restrittiva per arrestare i
processi di inflazione e iperinflazione che spesso caratterizzano le economie
debitrici (abbiamo già detto che i governi di tali economie tendono a stampare
troppa moneta per finanziare le spese incomprimibili o ritenute tali). Fu per
esempio il caso della Bolivia (inflazione all’8000% nel 1985), e quali siano i
costi dell’iperinflazione è facilmente intuibile dalla lettura di questo passo[13]:
“Il giorno in cui Edgar Miranda riceve il suo stipendio di insegnante (25 milioni di peso) non ha un solo minuto da perdere….Sua moglie corre al mercato e fa la scorta di riso e pasta per un mese intero, mentre lui cerca di cambiare il resto dei peso in dollari americani al mercato nero.
….E’ molto facile scoprire che cosa accadrebbe allo stipendio del signor Miranda se egli non riuscisse a cambiare celermente i peso in dollari: il giorno in cui ha ricevuto i suoi 25 milioni, al mercato nero un dollaro valeva 500.000 pesos, il che significa che aveva ricevuto il controvalore di 50.000 dollari. Il giorno dopo il cambio era già salito a 900.000 peso e i suoi 50 dollari erano già diventati 27”
Come si evince chiaramente
da questo passo, il signor Miranda deve impiegare tempo ed energie per
minimizzzare la liquidità che detiene in peso, sprecando così risorse che
potrebbe usare in modo più produttivo (per seguire corsi di aggiornamento, per
svolgere qualche altro lavoro che gli consenta di arrotondare lo stipendio,
ecc.). Se non ci fosse iperinflazione, e se quindi il peso non si svalutasse a
questo ritmo rispetto al dollaro, il signor Miranda potrebbe impiegare più
produttivamente le sue scarse risorse. Di qui la necessità di perseguire una
politica monetaria restrittiva, che riducendo la quantità di moneta riduca il
tasso di inflazione. La Bolivia la perseguì ed il tasso di inflazione
effettivamente si ridusse. Certo, queste “stabilizzazioni” non sono mai prive di
costo: stampare meno moneta significava anche dover comprimere alcune spese
pubbliche, tra cui per esempio le spese sociali.
L’altra componente delle
politiche di stabilizzazione è la riduzione del disavanzo pubblico, anche questa
costosa perché implica la riduzione tanto delle spese correnti (come per esempio
le spese sociali) quanto della spesa per investimenti (infastrutture,
formazione, ecc.). Perché allora FMI e BM imponevano la riduzione del disavanzo
pubblico alle economie debitrici? Le ragioni addotte erano fondamentalmente due.
Primo: ridurre il disavanzo significava ridurre la necessità di finanziarlo
attraverso l’emissione monetaria[14],
ed è il punto che abbiamo appena illustrato; secondo, quand’anche il disavanzo
pubblico non venga finanziato dall’emissione monetaria, esso – secondo il punto
di vista delle istituzioni di Bretton Woods – sottrae risorse agli investimenti
e quindi allo sviluppo dell’economia, giacché, per essere finanziato, richiede
l’emissione di titoli del debito pubblico che sono appetibili per i
risparmiatori solo se garantiscono tassi di interesse elevati; ma tassi di
interesse elevati scoraggiano l'’nvestimento…….
Non è finita: può anche
succedere che gli investimenti non si riducano in presenza di un significativo
disavanzo pubblico finanziato con l’emissione di titoli, ma ciò significa che
gli investimenti non sono finanziati dai residenti (i quali appunto impiegano il
loro risparmio per acquistare i titoli del debito pubblico), bensì da soggetti
stranieri che stanno prestando soldi all’economia in questione. Questo,
tuttavia, è esattamente ciò che il FMI e la BM volevano evitare: che una nuova
ondata di prestiti ai PVS li ricacciasse in una situazione debitoria dalla quale
le politiche di stabilizzazione servivano farli uscire.
Insomma, comunque la
mettiate, la riduzione dei disavanzi pubblici era, nell’ottica degli organismi
internazionali, un sacrificio duro ma necessario per uscire dal pantano della
crisi del debito. Comunque un sacrificio: sia in senso diretto, perché la
riduzione dei disavanzi non poteva che passare per il taglio delle spese sociali
e degli investimenti pubblici; sia in senso indiretto, perché la riduzione degli
investimenti pubblici, per esempio in dotazione infrastrutturale, diminuisce le
capacità di un sistema economico di creare posti di
lavoro.
Le politiche di
stabilizzazione avevano lo scopo di “rimettere i conti a posto”, di tornare a
vivere secondo i propri mezzi e senza ricorrere a un eccessivo indebitamento.
L’aggiustamento strutturale – l’altro insieme di politiche cui si condizionava
l’erogazione dei prestiti da parte del FMI e della BM – aveva invece lo scopo di
ridare vigore alle economie debitrici, di sviluppare i loro stessi mezzi in
accordo ai quali avrebbero potuto vivere. Prima si spegne il fuoco
(stabilizzazione), poi si pensa a ricostruire la casa (aggiustamento
strutturale).
Come si fa a ricostruire la
casa? Che cosa è stato (e in buona parte continua ad essere) l’aggiustamento
strutturale? E’ stato, in buona sostanza, l’adozione di provvedimenti che nel
loro insieme dovevano servire a reintrodurre la logica di mercato in economie
dalle quali questa logica, dove più dove meno, era stata espulsa. Quindi: libero
commercio internazionale invece di import substitution, privatizzazioni invece di
proprietà pubblica dell’apparato produttivo. Fu proprio in quel periodo, inizio
degli anni ’80 che torna in voga la fede nella “mano invisibile” di Adam
Smith:
“…l’uomo ha continuamente bisogno della cooperazione e dell’assistenza di un gran numero di persone….e invano se l’aspetterebbe solo dalla loro benevolenza. Egli potrà più facilmente ottenerlo se saprà catturare a proprio favore la loro vanità, dimostrando loro che il loro stesso vantaggio è nel fare ciò che egli sta chiedendo…Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro personale interesse….Ciascuno mira soltanto al proprio guadagno ed è in questo, come in molti altri casi, condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non rientrava nelle sue intenzioni….Promuovendo il proprio interesse, egli promuove quello della società con più efficacia di quanto potrebbe fare volendolo perseguire volontariamente”[15].
Naturalmente questa
rinnovata fede nella mano invisibile aveva delle ragioni anche
politico-contingenti (i primi anni ’80 sono quelli in cui alla testa delle
potenze che contano nel decidere le politiche degli organismi internazionali ci
sono Ronald Reagan e Margareth Tacher), ma tutto sommato io credo che ci fu un
autentico convincimento dietro alle nuove direttive impartite dal FMI e dalla
BM: prova ne sia che, come vedremo, le politiche di liberalizzazione cominciate
negli anni ’80 sotto l’etichetta dell’”aggiustamento strutturale” sono
proseguite fino ai giorni nostri e, in numerosi casi, decise autonomamente dai
governi nazionali, senza il diktat della condizionalità.
Dunque: lo Stato non doveva
più, come all’epoca della strategia di sostituzione delle importazioni,
interferire nel libero funzionamento del commercio internazionale, imponendo
quote e tariffe all’importazione che servivano soltanto: a proteggere i
produttori locali dalla concorrenza estera e quindi a far mancare loro quel
pungolo della concorrenza che solo può favorire lo sviluppo di prodotti migliori
e meno cari (e quindi lo sviluppo del benessere materiale); a far pagare prezzi
più alti ai consumatori; a sviluppare corruzione e malcostume nella ricerca di
rendite di posizione (nella ricerca, per esempio, di ottenere una licenza di
importazione, la quale di fatto dà il diritto di importare pagando 100 e di
rivendere sui mercati locali a 110: perché allora non pagare una tangente pari a
5 per ottenere la licenza?); a disincentivare, infine, il settore esportatore:
perché è chiaro che le risorse di capitale e lavoro che, all’ombra della
protezione statale, vengono impiegate nella produzione di beni sostituti delle
importazioni, sono risorse sottratte alla produzione di altri beni e servizi,
tra cui quelli destinati all’esportazione, con tutto ciò che questo significa in
termini di minori entrate valutarie e quindi minore capacità di ripagare i
debiti esistenti e futuri.
I piani di aggiustamento
strutturale non prevedevano solo le privatizzazioni e la liberalizzazione dei
commerci con l’estero in beni e servizi, ma incitavano anche, e sia pure in
misura più ridotta, alla liberalizzazione dei flussi di capitale. I PVS, cioè,
erano invitati ad abolire i controlli sulle entrate e sulle uscite di capitale
(oggi la gran parte dei PVS ha effettivamente abolito questi controlli) perché,
anche qui, sono i mercati, cioè la libera iniziativa individuale, a determinare
l’allocazione ottimale delle risorse. Faccio notare che privatizzazioni
dell’apparato produttivo e liberalizzazione dei movimenti di capitale erano e
sono scelte quasi necessariamente complementari: se in un paese povero si decide
di mettere un’impresa pubblica sul mercato, chi se la compra? I residenti
probabilmente sono mediamente troppo poveri per poterlo fare, e quindi bisogna
permettere che ad acquistare le azioni sia il capitale
straniero.
Abbiamo visto allora in che
modo, a partire dalla crisi del debito dei primi anni ’80, il mondo abbia
stabilito le condizioni di politica economica per potersi “globalizzare”:
libertà di commercio internazionale, libertà nei movimenti di capitale,
privatizzazione dell’apparato produttivo.
3.
La
globalizzazione
Che cos’è la
globalizzazione? Per definirla è utile riferirsi ad alcuni indicatori, molti dei
quali riguardano proprio il commercio internazionale e i movimenti di capitale
da paese a paese, cioè quelle dimensioni economiche che abbiamo appena
analizzato e intorno alle quali abbiamo definito tanto il modello “autarchico”
quanto il modello di “libero mercato”. Eccone alcuni:
Ø
Le esportazioni mondiali
(oggi pari a 7 mila miliardi di dollari) rappresentano il 21% del PIL mondiale,
contro il 17% degli anni ’70. Una quota sempre maggiore, in senso sia assoluto
che relativo, di beni e servizi, attraversa i confini
mondiali.
Ø
Gli investimenti diretti
esteri (IDE), pari a più di 400 miliardi di dollari, sono sette volte maggiori,
in termini reali, di quanto non fossero negli anni ’70. Gli IDE sono gli
investimenti che le multinazionali compiono al di fuori del paese in cui ha sede
la casa madre. Ciò significa che lo sviluppo dell’apparato produttivo di un
paese è sempre più dipendente da decisioni che vengono prese al di fuori del
paese stesso, da entità la cui nazionalità è persino difficile da individuare
con precisione.
Ø
I flussi di portafoglio
internazionali (es: quando il fondo comune di investimento o il fondo pensione
cui abbiamo affidato i nostri risparmi utilizza i nostri soldi per acquistare
un’obbligazione emessa da un’impresa brasiliana sta compiendo un investimento di
portafoglio. Non vuole acquistare la maggioranza delle azioni per decidere la
strategia dell’impresa – in quel caso si tratterebbe di un investimento diretto
all’estero – ma ottenere il più alto rendimento possibile dal possesso di
quell’obbligazione) ammontano oggi a più di 2 mila miliardi di dollari, circa
tre volte il livello degli anni ’80. Questo significa che le risorse a
disposizione del sistema finanziario di ciascun paese sempre più dipendono dalle
scelte compiute dai risparmiatori di altri paesi.
Ø
Il volume d’affari
quotidiano nei mercati delle valute è cresciuto dai circa 20 miliardi di dollari
degli anni ’70 agli attuali 1500 miliardi. Se un numero crescente di soggetti
compera e vende una quantità crescente di valute sul mercato dei cambi, ciò
significa che è sempre più difficile per le banche centrali nazionali tenere
sotto controllo il valore delle valute stesse.
Ø
Malgrado le sempre più
severe restrizioni (qui non c’è stata alcuna liberalizzazione, anzi!), la
migrazione internazionale è in continua crescita. Ogni anno ci sono 2-3 milioni
di persone che emigrano, e lo fanno essenzialmente verso 4 destinazioni: USA,
Germania, Canada, Australia. Il fenomeno (che meriterebbe una relazione a parte)
è in gran parte positivo sia per i paesi riceventi che per i paesi d’origine, ma
crea – specialmente nelle arre urbane – grandi difficoltà etniche e tensioni sul
mercato del lavoro;
Questa “aritmetica della
globalizzazione” potrebbe continuare all’infinito, ma non sarebbe utile. Prima
di commentare alcuni di questi dati e cercare di trarne qualche conclusione,
vorrei però, per dovere di completezza, ricordare che il modello di libero
mercato che si è imposto all’indomani della crisi del debito e le politiche
economiche che ne sono conseguite (privatizzazioni, liberalizzazione del
commercio estero, ecc.) non sono le sole cause della globalizzazione. Ce ne sono
almeno altre due che è importante sottolineare: la causa tecnologica e la causa
demografica. L’espansione del commercio internazionale non è possibile soltanto
in quanto il modello di libero mercato abbia l’eliminazione di tariffe, quote ed
altre restrizioni al commercio internazionale, ma anche grazie
all’impressionante riduzione dei costi di trasporto e di informazione che le
nuove tecnologie hanno reso possibili. Un solo esempio tra i moltissimi che si
potrebbero proporre: da un paio d’anni la General Electric, per il suo
fabbisogno di parti componenti, rende pubblici degli annunci su Internet, il che
significa che le imprese di tutto il mondo, attraverso una vera e propria asta
telematica, competono per ottenere la commessa da General Electric. I materiali
di cui General Electric ha bisogno, d’altra parte, non sono più, come 25 anni
fa, materiali pesanti e difficilmente trasportabili, ma leggeri e facilmente
trasportabili.
Allo stesso modo, e affronto
qui quella che ho chiamato causa demografica, se oggi il fondo pensione cui
parzialmente affidiamo i nostri risparmi decide di acquistare le azioni emesse
da un’impresa brasiliana, ciò accade non solo perché il Brasile ha eliminato i
controlli sui movimenti di capitale, ma anche perché – insicuri della pensione
pubblica – cerchiamo di delegare la gestione del nostro risparmio a chi
professionalmente prova a farlo fruttare al massimo grado, e per questo scopo è
disposto a investirlo in tutto il mondo (facilitato in questo, ancora una volta,
dalla tecnologia, che gli permette di spostare capitali in tempo reale da una
parte all’altra del globo).
Detto questo, stiamo meglio
o peggio nel mondo dell’economia globale? E come si devono modificare le
politiche e le istituzioni che le decidono e le attuano in un contesto così
radicalmente mutato?
Sono domande difficilissime
e non è mia intenzione, in un incontro cui ho cercato di dare nei limiti delle
mie capacità un’impronta storica, provare ad abbozzare delle possibili risposte.
Propongo solo alcune osservazioni, nel modo più “neutrale” possibile.
Ø
Oggi la quota di popolazione
che gode di uno sviluppo umano medio (lo sviluppo umano è misurato dalla UNDP –
United Nations Development Program –
sulla base di indicatori quali: aspettativa di vita, numero di medici per
abitante, tassi di scolarizzazione primaria e secondaria, libertà politica e
possibilità di partecipare a libere elezioni, qualità ambientale, apporto
calorico quotidiano, disponibilità di acqua potabile, disponibilità di
abitazioni, ecc.) è cresciuta dal 55% del 1975 al 66% del 1997, mentre quella
che dispone di uno sviluppo umano basso si è ridotta dal 20% al 10%. Poiché
questo miglioramento è misurato a partire dal 1965, non è facile stabilire se
esso sia dovuto all’adozione di un modello autarchico (1965-1980) o di libero
mercato (dopo il 1980).
Ø
Questo miglioramento, che
pure va riconosciuto e salutato come una grande conquista, nopn può ritenersi
soddisfacente. Ancora oggi, infatti: (a) 1, 3 miliardi di individui non hanno
accesso all’acqua potabile; (b) un bambino su sette in età scolare non va a
scuola; (c) 840 milioni di bambini sono malnutriti; (d) 1,3 miliardi di persone
vivono con l’equivalente di meno di un dollaro al giorno in termini di parità di
potere d’acquisto (cioè: è esattamente come se noi, qui e ora, disponessimo di
meno di 2.000 lire al giorno per la nostra sopravvivenza!); (e) anche nei paesi
ricchi una persona su 8, cioè il 12,5% della popolazione, è colpita da qualche
aspetto di povertà (disoccupazione di lungo periodo, reddito individuale al di
sotto della soglia nazionale di povertà, mancanza di alfabetizzazione necessaria
per cavarsela nella società); (f) anche nei paesi ricchi le disuguaglianze
stanno aumentando, specialmente – secondo i dati della UNDP – negli USA, in
Svezia e in Gran Bretagna[16];
(g) è aumentata anche la disuguaglianza fra paesi. Nel 1990 il rapporto fra il
reddito dei paesi ricchi e quello dei paesi poveri era di 60 a 1, nel 1997
questo rapporto era pari a 74 a 1. Questa “aritmetica della disperazione”
potrebbe continuare, ma credo sia già sufficiente a dare l’idea della dimensione
straordinaria di questi problemi.
Ø
Più di 80 paesi del mondo –
ed è questo a mio parere un dato su cui riflettere molto – hanno ancora redditi
pro capite più bassi rispetto a un decennio fa. Inoltre, 55 paesi appartenenti
soprattutto all’area dell’Africa sub-sahariana e all’Europa dell’Est e alla
Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) hanno diminuito i loro redditi pro capite.
Quindi, una risposta del
tutto provvisoria ma sensata alla domanda “stiamo meglio o peggio nell’economia
globale” è questa: stiamo mediamente
un po’ meglio rispetto al 1965, ma molti fra di noi stanno ancora molto male ed
alcuni stanno sicuramente peggio. Si impone allora una riflessione. La
globalizzazione apre delle grandi opportunità – per me che via Internet posso
acquistare un libro dagli Stati Uniti pagandolo, ammesso che lo trovi, meno di
quel che farei in una libreria di Pavia; per il fornitore della General Electric
che ottiene una commessa che solo 10 anni fa sarebbe stata impossibile; per il
PVS che può ottenere finanziamenti da mercati finanziari da cui prima era
sostanzialmente separato; per la nascente impresa venezuelana che può ottenere
molto rapidamente un servizio di consulenza, via Internet, da una società
tedesca, ecc. ecc. – ma, se alcuni stanno peggio di prima, questo significa che
tali opportunità non sono distribuite equamente e che la globalizzazione
comporta anche dei rischi.
Dirò brevemente delle une –
le opportunità iniquamente divise – e degli altri – i rischi della
globalizzazione. Abbiamo visto che la globalizzazione ha comportato una sempre
più massiccia presenza nell’economia mondiale delle grandi multinazionali, le
quali possono ora trasferirsi senza vincoli (anzi, spesso con significativi
vantaggi di ordine fiscale) in moltissimi PVS. Supponiamo di considerare una
multinazionale agricola, la quale grazie alle sue attività di ricerca e sviluppo
introduca una nuova varietà di riso. E’ chiaro che l’interesse della
multinazionale è di proteggere tramite una brevettazione la sua scoperta;
l’interesse del paese ospitante, invece, è che tale scoperta sia diffusa al
massimo grado. Bene, l’accordo TRIPS (sui diritti della proprietà intellettuale)
firmato a Marrakesh nel 1994, protegge l’interesse della multinazionale, giacché
prevede che tutta la produzione basata sulla conoscenza sia ora soggetta alla
stretta protezione della proprietà intellettuale. A beneficiare della
globalizzazione sarà perciò più la multinazionale del paese ospitante. Le
opportunità, appunto, sono iniquamente divise.
I rischi della
globalizzazione. Il rischio fondamentale è quello dell’esclusione. Esclusione, innanzitutto,
per il lavoro non qualificato. In una economia che diventa sempre più terziaria,
il lavoro non qualificato o finisce a servire da MacDonald o non riesce a
collocarsi: il suo salario – ed è quello che sta massicciamente accadendo negli
Stati Uniti – tipicamente si riduce. Di fronte a simili difficoltà
l’immigrazione di lavoro non qualificato da altri paesi è giudicata sempre più
pericolosa e, quindi, ad essa si oppongono restrizioni sempre più vincolanti.
Anche i paesi, oltre che le
persone, rischiano l’esclusione. Si diceva della libertà dei movimenti di
capitale, della possibilità di investire i propri risparmi ovunque nel mondo. Se
io sono un nigeriano ricco finalmente libero di portare i miei capitali dove
voglio e se il Niger, magari per instabilità politica o magari per quei problemi
cruciali di coordinamento e aspettative sui quali ci siamo soffermati nella
prima parte, non è un’economia dove valga la pena di rischiare il proprio
denaro, allora, proprio perché l’alternativa mi è data, investirò in Brasile,
cosa che in epoca pre-globalizzazione, per vincoli normativi e tecnologici, non
era così facile fare. Il Niger, dunque, resterà senza capitali da investire.
Sembra una storiella banale, ma i dati dell’economia mondiale la confermano. E’
bensì vero, come abbiamo ricordato, che i flussi di portafoglio si sono
triplicati rispetto agli anni ’80, ma questi capitali freschi hanno raggiunto
soltanto pochi paesi: attualmente solo 25 paesi in via di sviluppo (e ce ne sono
ben più di 100) hanno accesso ai mercati privati delle obbligazioni, dei
prestiti commerciali bancari e del capitale netto di portafoglio
(azioni).
Che cosa fare per espandere
le opportunità della globalizzazione e ridurne i rischi? Davvero, questo è un
punto a cui bisognerebbe dedicare un altro incontro e un’altra relazione. Oggi
il nostro scopo era quello di capire attraverso quale percorso storico, quali
“modelli”, si sia giunti alla globalizzazione, cosa sia la globalizzazione,
quali opportunità e quali rischi essa comporta.
4.
Conclusioni
Abbiamo velocemente
ripercorso mezzo secolo di modelli di sviluppo. Che cosa abbiamo imparato?
Meglio il libero mercato o il modello autarchico? In alcuni casi il modello
autarchico (sostituzione delle importazioni, abbinata però alla promozione delle
esportazioni) ha funzionato, come per esempio in Corea; in altri, come in alcuni
paesi latino-americani, esso non ha prodotto risultati soddisfacenti; in alcuni
casi l’intervento dello Stato in una attiva politica industriale (sussidiare e
favorire alcuni settori) è stato di grande utilità per lo sviluppo (pensiamo al
Giappone e a tanti cosiddetti “dragoni asiatici”), in altri, come nei paesi
dell’Africa nera in cui si è tentato questo esperimento, l’esito è stato un
semi-fallimento. In alcuni casi la liberalizzazione dei mercati e delle economie
e una magari parziale privatizzazione dell’apparato produttivo ha clamorosamente
accelerato il ritmo di sviluppo (è il caso della Cina), in altri lo ha
drammaticamente rallentato (Russia[17]).
Non si tratta allora, alla
luce di questi fatti e delle osservazioni compiute in precedenza, di abbracciare
un modello piuttosto che l’altro, come se un particolare modello di sviluppo
fosse, al pari di una formula matematica, applicabile in ogni tempo e in ogni
luogo per risolvere il problema dello sviluppo e del benessere. Si tratta, ed è
un problema difficile, di individuare il giusto mix Stato-Mercato, sapendo che
sempre più, come ho cercato di mostrare nella parte di relazione dedicata alla
globalizzazione, le decisioni su che cosa debba fare il Mercato e che cosa debba
fare l’operatore pubblico devono essere prese ad un livello sovranazionale. Il
WTO (World Trade Organisation) deve decidere se proteggere o meno i diritti
della proprietà intellettuale, La Banca dei Regolamenti Internazionale deve
decidere come regolare gli immensi flussi di capitale che girano per il mondo,
la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale dovrebbero poter agire
come le “vecchie” banche centrali (stabilizzazione dell’economia) e diventare
attori sempre più importanti nell’orientare risorse verso quei paesi che il
mercato “naturalmente” esclude, ecc. Se ci pensate, tutti gli organismi
internazionali che ho citato, il cui potere prima o poi è destinato a espandersi
e si sta già espandendo, sono organismi non eletti. Questo, forse, il più grande
rischio della globalizzazione: che tutto, fuorché la democrazia, si sta
globalizzando. Le decisioni più importanti toccheranno a sedi politiche ed
economiche gestite in modo plutocratico, perché è noto che tutte le istituzioni
che ho citato sono governate dai paesi ricchi (in primis, Stati Uniti, Giappone e
Germania)[18].
* Università di Pavia, Dipartimento di Economia Pubblica e Territorale. E-mail: missagli@unipv.it
[1] Non è affatto sorprendente che con la fine della guerra fredda, e quindi della necessità di attrarre i PVS nella propria sfera di influenza politica, gli aiuti allo sviluppo siano sostanzialmente crollati. Guardando ai dati relativi all’ODA (Official Development Assistance) si nota infatti che i 29 donatori OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l’organizzazione dei paesi ricchi del pianeta) complessivamento destinano lo 0,22% del loro Prodotto Interno Lordo (PIL) agli aiuti, che è un impressionante record negativo storico, meno di un terzo del famoso obiettivo dello 0,7% solennemente dichiarato in sede ONU. I soli paesi del G-7 hanno ridotto il loro contributo di 15 miliardi di dollari dal 1992, cioè del 30% in termini reali.
[2] I paesi più citati come esempio di strategia di sostituzione delle importazioni sono India e Brasile (il Brasile iniziò questa strategia ben prima della fine della seconda guerra mondiale, all’inizio del ‘900). Bisogna però aggiungere alla lista anche molti paesi dell’Africa nera, l’Indonesia di Suharno, l’Argentina di Peron ed altri ancora. In generale, all’origine di questa strategia non vi furono soltanto, e nemmeno prevalentemente, motivazioni strettamente economiche, ma anche cause di carattere storico: dopo decenni, e a volte secoli, di depredamento coloniale, molte nazioni hanno comprensibilmente individuato nella libertà dei commerci e dei capitali stranieri una minaccia alla sovranità nazionale.
[3] C.Freeman, “La creatività scientifica nello sviluppo economico”, Di Renzo Editore, 1998. Faccio notare che il caso coreano è di norma presentato, nel dibattito e nella pubblicistica economica, come un caso di sviluppo “trainato dalle esportazioni”, e non avvenuto per sostituzione delle importazioni. Il caso della Samsung, e anche alcuni studi più sistematici (per esempio Amsden, A.H, 1989, “Asia’s next giant: South Korea and late industrialization”, New York, Oxford University Press), dimostrano invece che le due strategie – di promozione delle esportazioni e di sostituzione delle importazioni – sono invece compresenti nella storia dello sviluppo coreano.
[4] Una “contabilità” del benessere come quella appena esposta, infatti, presuppone che un dollaro guadagnato dal governo conti tanto quanto un dollaro perduto da un consumatore, il che è del tutto insoddisfacente nel caso in cui – per esempio, il bene a cui viene applicato il dazio è un bene di lusso. Il consumatore, in quel caso, è un ricco signore che ora deve pagare 1 dollaro in più per pagare la Mercedes; se quel dollaro, entrato nelle casse dello Stato come dazio doganale, serve a finanziare programmi di assistenza ai poveri, è ben difficile sostenere che la perdita del ricco signore debba valere, dal punto di vista sociale, quanto il guadagno del povero.
[5] Riporto a questo proposito un passo di N.G. Mankiw, contenuto in Principi di Economia, Zanichelli, 1999 (p.460): “il PIL dell’Argentina è equivalente a quello della sola città di Philadelphia ed è facile immaginare che cosa accadrebbe se il Consiglio Comunale di questa città impedisse ai residenti di commerciare con individui e imprese al di fuori dei confini municipali….Il tenore di vita a Philadelphia crollerebbe immediatamente….questo è esattamente ciò che è accaduto in Argentina quando il governo ha cominciato a perseguire politiche autarchiche..”.
[6] Qualche cifra può essere d’aiuto: il PIL reale pro capite del Giappone è cresciuto, tra il 1900 e il 1990, del 3% all’anno; quello brasiliano del 2,39%; quello italiano del 2,1%; quello statunitense dell’1,76%; quello indiano dello 0,65%; quello del Bangladesh (fanalino di coda) dello 0,08%.
Che poi il Brasile non sia riuscito a distribuire equamente questo aumento di ricchezza è un altro problema, collegato ma distinto.
[7]
Il fenomeno cosiddetto della “fuga dei cervelli” non è solo un ricordo del
passato. Ci sono oggi 30.000 africani titolari di un dottorato di ricerca che
lavorano fuori dai loro paesi, attratti da salari più elevati e un clima
politico più stabile. Ma non è solo questione di “fuga”. Gli Stati Uniti, il
Canada e l’Australia, per esempio, praticano una politica attiva per attirare
lavoro qualificato dai paesi meno sviluppati, offrendo speciali visti di
ingresso e altri incentivi. In Africa c’è uno scienziato o un ingegnere ogni
10.000 persone (per avere un’idea, è come se in una città come Pavia ci fossero
solo 8 ingegneri!).
[8] L’esempio che segue è tratto da un famoso articolo di un grande economista dello sviluppo, Paul Rosenstein-Rodan, 1943, Problems of Industrialization of Eastern and SouthEastern Europe, Economic Journal.
[9] L’ipotesi è meno peregrina di quel che sembri. E’ ragionevole immaginare, infatti, che almeno durante i primi anni di industrializzazione un paese non abbia ancora sviluppato le capacità necessarie a competere sui mercati internazionali e che perciò non sia in grado di esportare la propria produzione. Teoricamente, ed in alcuni casi anche praticamente, questo problema si può risolvere facendo ricorso agli investimenti diretti dall’estero (IDE), cioè lasciando che siano imprese multinazionali a iniziare il processo di industrializzazione in una data regione. Ma, al di là di tutti i problemi legati all’operare delle multinazionali e sui quali in questa sede sorvolo, le multinazionali non si muovono certo per decreto governativo o solo perché trovano manodopera a basso costo. Prova ne sia il fatto che, secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale nel suo ultimo World Development Report, i movimenti delle multinazionali sono per il 70% da paese ricco a paese ricco e solo per il 30% da paese ricco a paese povero; e che degli investimenti delle multinazionali nei PVS più della metà si sia concentrata in soli 5 paesi: Argentina, Brasile, Messico, Cina e Polonia.
[10] Un articolo molto interessante sull’importanza fondamentale della storia e delle aspettative per capire i processi di sviluppo economico è quello di Paul Krugman, 1991, History versus Expectations, Quarterly Journal of Economics, pp.651-57
[11] Si potrebbe sostenere, anche qui, che questo compito potrebbe essere svolto dalle imprese multinazionali. Si veda però la nota 9, e si rifletta sul fatto che negli anni successivi alla seconda guerra mondiale le multinazionali erano molte di meno e molto meno multi-nazionali di quanto non siano oggi. Una strategia di industrializzazione fondata prevalentemente sugli investimenti diretti dall’estero, ammesso che oggi ne abbia uno, allora non aveva davvero alcun fondamento.
[12] Il Presidente della Citicorp, Walter Wriston, dichiarò che “i governi non possono fare bancarotta”. Da cui la spavalderia con cui le banche occidentali prestavano soldi ai PVS.
[13] The Wall Street Journal, 13 agosto
1985.
[14] Ci sono tre possibili modo per finanziare la spesa pubblica e l’eventuale disavanzo di bilancio che ne deriva. O si aumentano corrispondentemente le tasse (ed in tal caso non si produce alcun disavanzo), ma aumentare le tasse è un provvedimento assolutamente impopolare e inoltre, perché produca gli effetti sperati, bisogna poter disporre di un apparato tecnico-amministrativo sufficientemente sviluppato, cosa che spesso non si verifica nei PVS; o si emettono obbligazioni richiedendo prestiti al mercato, ma in un paese povero i possibili compratori sono pochi (il mercato, come si dice, è “sottile”). Oppure, ed è l’alternativa più comoda, il governo ordina alla banca centrale di stampare moneta. Per questo una raccomandazione tipica che il FMI e la BM facevano alle economie debitrici era quella di adottare statuti di autonomia (dal potere politico) per le rispettive banche centrali.
[15] Tratto da “Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni”, lo straordinario libro che Smith scrisse nel 1776.
[16] Davvero tutto si tiene. Le richieste di maggiore “flessibilità” nell’uso della forza lavoro e nelle modalità della sua remunerazione sono strettamente legate all’evolversi dell’economia in senso “globale”. Oggi un venditore al dettaglio può, grazie alle tecnologie informatiche, descrivere le preferenze dei consumatori che serve a moltissimi fornitori sparsi in tutto il mondo; i produttori, a loro volta, possono, grazie a quelle stesse tecnologie, modificare il design e le caratteristiche dei loro prodotti in accordo a quelle indicazioni e con grande rapidità. Di qui la crisi della catena di montaggio, del lavoro fordista e della produzione di massa, in ultima analisi del “posto fisso”.
[17] In Russia il prodotto reale pro capite si è ridotto di un terzo nell’ultimo decennio!
[18] Ad oggi, l’unico organismo mondiale dove alcuni PVS (le economie emergenti di maggiore dimensione: Brasile, Argentina, tigri asiatiche e pochi altri) hanno voce in capitolo è il G-22, composto dal G-7 e, appunto, 15 paesi emergenti. Il G-22 è nato nel 1997 in seguito alla crisi finanziaria dell’Asia dell’Est, con lo scopo di stabilire alcune regole comuni per governare i flussi di capitale a spasso per il mondo.